Amalia Signorelli

OSSERVAZIONI

sul testo della proposta di legge per l’adeguamento  dei  testi di legge e dei testi ufficiali della Repubblica,  a criteri di………………

 

La nostra proposta ovviamente dà per scontata l’esistenza dell’ampio e non facile dibattito in corso sui concetti di genere e di violenza di genere e l’esistenza di provvedimenti legislativi di ordine penale e civile che riguardano la fenomenologia dei generi.

Tuttavia, almeno per come l’ho inteso io, il provvedimento suggerito da Maria Tiziana Lemme e  oggetto di queste riflessioni si indirizza a un solo aspetto, preciso e circoscritto,  della problematica di genere: quello linguistico, per come esso ci si propone in Italia.

Partiamo da un dato che è stato confermato da molte ricerche: le forme della lingua che parliamo (lessico, grammatica, sintassi, , ecc. ) influenzano fortemente le forme del nostro pensiero,  sia dal punto di vista cognitivo che da quello dei valori, al punto che non è esagerato sostenere  che pensiamo come parliamo. Il sistema di coniugazione dei verbi che utilizziamo, contribuisce a  modellare  la nostra concezione del tempo, dello spazio, delle relazioni; i pronomi personali che adoperiamo ci aiutano a costruire la mappa degli altri con i quali viviamo; e così via.

Nel caso della lingua italiana e con riferimento al problema che qui ci interessa, si pone una questione particolare. La nostra lingua ha due generi, maschile e femminile e due ‘numeri’, singolare e plurale. Possiamo dunque distinguere tra maschi e femmine e tra uno/a e molti/e.  Eppure  non è raro sentire espressioni come  “ l’uomo è un onnivoro” o  “l’uomo difende il proprio territorio”, dove il singolare sta per il plurale e il maschile ingloba il femminile.

Queste variazioni sono relativamente frequenti e hanno in genere origini storiche e fini espressivi;  c’è un caso però che è così frequente da poter essere considerato una costante: ed è il caso della scomparsa del genere femminile entro il genere maschile.  E’ innanzi tutto il caso del maschile neutro , cioè tutti i casi in cui il maschile singolare o plurale viene usato per indicare l’intera umanità: “l’uomo ha bisogno di credere in valori”, “una alimentazione equilibrata fa l’uomo sano.” E’ un uso antichissimo , che risale ai Romani (lo si ritrova infatti nelle lingue  neoromanze) e fino a non molto tempo fa non veniva  considerato particolarmente maschilista. Ma in realtà il maschile neutro ottiene due risultati:

  • Rende le donne invisibili in quanto protagoniste distinte della storia dell’umanità;
  • Rende invisibili tutti gli apporti specificamente femminili alla storia dell’umanità.

Questo plurimillenario processo di cancellazione ha evidentemente  fortemente contribuito, ma  ne è anche il risultato, alla costruzione e al consolidamento degli stereotipi di cui usualmente ci si serve per definire le donne nella nostra società. Ma il maschile neutro lo troviamo  all’opera anche in situazioni di straordinaria rilevanza. Un esempio per tutti. Il personale docente della scuola materna ed elementare , nonché di quella media di primo grado, è in Italia in larghissima misura femminile. Ma se ne è sempre parlato come di docenti:   In quanto categoria componente delle società sono  gli e non le insegnanti: e il fatto che il corpo docente della scuola dell’obbligo italiana coincida con  il grosso delle giovani donne italiane in età feconda, non è mai stato considerato un problema da affrontare. Né il calo della natalità è stato mai considerato anche  in  quest’ottica.

In altre parole, il linguaggio che adoperiamo influenza anche i nostri livelli di coscienza e di consapevolezza critica rispetto al contesto sociale di cui facciamo parte. Come conseguenza siamo tutti legati agli stereotipi di cui si diceva prima, siamo come prigionieri di una visione statica della realtà. Ma quello che non può essere sottovalutato o dimenticato è che questa stereotipizzazione,  questi processi di marginalizzazione e scomparsa sono sempre operati ai danni delle donne.  Persino, se serve,  nell’ottica capovolta di una scomparsa del maschile COME NEL CASO IN CUI è STATA INTRODOTTA L’ESPRESSIONE ‘VIOLENZA DI GENERE’. Questa “genericità” della violenza è servita paradossalmente a nascondere  il ruolo di vittime elettive delle donne, in quanto mogli, compagne, fidanzate, amanti , in quanto donne considerate proprietà di un uomo.

Noi consideriamo l’introduzione dell’espressione violenza maschile al posto dell’espressione violenza di genere come il cardine della nostra proposta di legge, proprio perché riteniamo che ripartire da una rottura linguistica e da un riassetto della nomenclatura sia un primo, insufficiente ma comunque fondamentale, passo.

Le altre indicazioni  (revisione dei testi di legge, ruoli del MIUR e del MIBAC, ruolo della scuola, della stampa, dei media, ecc. dovrebbero  essere i contenuti dei successivi articoli della legge.

Roma, 24.02.2017

Queste osservazioni di Amalia sono state usate nel preambolo della legge depositata.