Siamo tutte persone, ma in Italia le donne sono dette uomini nei codici e nelle leggi dello Stato, nel linguaggio burocratico, istituzionale, corrente, nei testi scolastici, universitari, specialistici. Si parla e si scrive di ‘violenza sulle donne’ ma l’agente, il maschio che fa violenza, non viene mai citato se non con termini neutri quale ‘ex’ o ‘partner’. La proposta di legge depositata in Parlamento prevede l’introduzione dell’aggettivo ‘maschile’ nella normativa inerente la violenza sulle donne. In opposizione al sostantivo ‘uomo’ usato a significare ‘essere umano’, noi vogliamo che si adotti, nei codici e nelle leggi, il sostantivo ‘persona’, il cui significato è universale.

Ferdinando Scianna, Senza Titolo, Lecce

Qualche esempio: pensiamo ai ‘diritti dell’uomo’ , errata traduzione della “Convention for the protection of human rights and fundamental freedom” ratificata in Italia nel 1954. O all’articolo 575 del codice penale, che riguarda l’omicidio – etimologicamente “uccisione di un uomo” – che testualmente recita: «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con…». Un altro esempio: l’espressione ‘violenza di genere’ con la quale si identificano i casi di violenza ‘maschile’ sulle donne. In questo caso, si capovolge l’ottica: è il maschile che scompare. Questa genericità della violenza è servita paradossalmente a nascondere il ruolo  di vittime elettive delle donne, in quanto mogli, compagne, fidanzate, amanti, in quanto donne considerate proprietà di un uomo.

Non si tratta di una questione meramente linguistica. Lavorando al progetto (cui rimandiamo alla sezione argomentazioni) si è scoperto un mondo, anzi uno Stato, e un lessico fortemente mortificante che è sotto gli occhi ma al quale non si fa più caso.

Il genere femminile è completamente assorbito in quello maschile, praticamente non esiste. Non parliamo del plurale maschile o del ‘maschile neutro’ cui si ricorre normalmente per designare, individuare, parlare. Un caso facilmente comprensibile per chiunque riguarda il social network maggiormente diffuso al mondo: Facebook. Qui cerchiamo ‘amici’, anche se nella maggior parte dei casi sono le ‘amiche’ che si ricercano, soprattutto da parte degli uomini, spesso per fini non esattamente affettuosi. Sarebbe più esatto parlare di ‘contatti’. In una riunione di lavoro, basta che ci sia un solo componente maschio per parlare di riunione fra ‘colleghi’.

Questi aspetti linguistici, superati in idiomi che posseggono una terminologia neutra, ossia comprensiva dei due generi, li lasciamo a chi specificamente si occupa di queste problematiche della lingua. Ben consapevoli che la lingua italiana offre tutte le soluzioni e dicendo subito che non ci piace la soluzione proposta, per esempio, nella Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, (1999), nella quale si declinano pedissequamente sia al femminile che al maschile i sostantivi. Ma non ci sembra male il sito del Comune di Berlino della sezione ‘cerca lavoro’ che ha la giusta considerazione delle declinazioni al femminile e al maschile.

Qui ci preme porre la nostra concentrazione su quel segmento ben preciso della lingua che sta alla radice del nostro modo di pensare, parlare, concepire la nostra visione del mondo. Quel segmento fondamentale che in Italia fa delle donne una razza altra, non detta, che ‘si intende’. Non è non degna di parola, non è prevista. Nemmeno dal Ministero degli Interni. Sulle carte di identità c’è scritto ‘nato il’, la firma è ‘del titolare’. Non è prevista nemmeno la desinenza scissa, l’odiata/amata sbarretta, in gergo si chiama splitting.